26 apr , 2010
Datsun Fairlady 2000 1/18, di AutoArt

Nei lontani anni ’60 e ’70 la Nissan portava ancora il nome Datsun, che in Oriente pensavano più adatto ai mercati occidentali. L’America era l’obiettivo del primo spider, una vetturetta onesta a metà strada tra le spider inglesi e quelle italiane, e mossa inizialmente da un anemico motore di 1000cc poi portato a 1200. Pur avendo quest’ultimo 60 cv a 5000 giri, le sue prestazioni non erano molto migliori di quelle del Maggiolino Volkswagen, che di cavalli ne contava appena 34. Con una velocità massima di 115 Km/h non era lo spider di cui gli americani potessero innamorarsi. Ma costava poco e questa vettura rappresentò la testa di ponte della Datsun su mercato USA, e la fece conoscere nel mondo.


Profondamente rivista nel 1963 nella meccanica (portata a 1500cc) e nella carrozzeria, più moderna e personale benché ispirata alle MGB del tempo, la Fairlady ebbe un nuovo motore 1600 nel 1965 per arrivare al 2000 nel 1967, offerto in due versioni: 135cv e – nel modello chiamato “Competizione” – 150.


La vettura fu bene accolta e la sua produzione continuò fino al 1970.
AutoArt rende omaggio alla Fairlady 2000 con un modello di grande prestigio in scala 1/18, che non mancherà di piacere anche a chi ancora “diffida” dal collezionare modelli d’auto giapponesi. Uno spider come questo non può mancare in nessuna collezione, sia per la storicità della vettura che riproduce, ma ancor più per la bellezza della linea e dei dettagli realizzati da AutoArt: sono da rimarcare le scritte in fotoincisione applicate che sono di un realismo incredibile.

Una volta svitata dalla confezione appare in tutto e per tutto la bellezza della riproduzione. Sopra come sotto al pianale. Sono gli interni a sorprendere: le moquettes con la scritta Datsun, il volante fine e con le razze metalliche, la strumentazione perfettamente riprodotta, leggibile e completa di vetri copri strumenti, una finezza incredibile per un modello il cui prezzo è comunque alla portata di tutti.


Non meno fini sono le cinture di sicurezza, di cui il modello è dotato e riproducenti il tipo “aeronautico” allora in uso su molte vetture, non essendo ancora unificato il tipo a tre punti d’attacco oggi diffuso.

Aprendo i cofani nuove sorprese. Sul coperchio di quello posteriore è dipinto un filo nero che riproduce efficacemente la guarnizione di gomma. Dentro al cofano sono visibili il crick sollevatore, la ruota di scorta e il tubo che collega il bocchettone esterno col serbatoio del carburante, con tanto di fascetta metallica (dipinta) per il suo serraggio.

Davanti il cofano appare troppo libero, non essendovi molle per tenerlo aperto. Ma una ragione c’è: infatti si è voluto privilegiare la fedeltà all’originale, fornendolo di apposita astina ferma cofano da bloccare in posizione per tenerlo aperto. Il motore con albero a camme in testa è perfettamente riprodotto, con tutti i cavi e i tubi di rito.


Il modello è fornito con due tettucci in plastica morbida da applicare a parte. Sia quello aperto che quello chiuso si accoppiano perfettamente con la carrozzeria ma il copri capote della versione aperta è solo appoggiato e si sfila facilmente, al contrario della capote alzata che gode di due piccoli ancoraggi in più vicino alla cornice del parabrezza per tenerlo fermo.

Le conclusioni non possono che essere positive: i modelli AutoArt appartengono a una categoria di prezzo superiore, ma pur sempre alla portata di ogni portafoglio e – soprattutto – il loro rapporto qualità prezzo resta veramente imbattibile. La Datsun Fairlady 2000 è un modello che nobilita una collezione di spider in scala 1/18, specialmente se posta accanto alla MGB e alla Giulietta spider dello stesso produttore.
FERRARI 250 LM MATTEL ELITE 1/18

Un nuovo modello della serie Elite, nato da un modello già prodotto dalla Mattel , ma aggiornato per aumentarne la qualità complessiva. Il modello riproduce probabilmente la vettura telaio 5975 conservata a Mulhouse nella collezione Schlumpf. La linea panciuta di questa famosa auto da corsa è stata catturata bene da Mattel (anche se il muso è un po’ troppo piatto nella parte inferiore) e la vernice è brillante e molto uniforme, garantendo, anche grazie ai bei cerchi con raggi in fotoincisione, un insieme d’effetto.


Osservando il modello si nota subito che tutte le griglie sono state sostituite con grigliette metalliche in fotoincisione, così come il tergicristallo e i ganci di chiusura dei cofani, finissimi e forati. Comprendiamo che l’uso delle parti foto incise incida sui costi, ma sarebbe stato bello avere in metallo foto inciso anche la riproduzione delle maniglie delle portiere. Il frontale della vettura è molto grintoso, con i fari e i fendinebbia carenati (molto belli), le prese d’aria dei freni anteriori, la bella calandra con il cavallino al centro. Migliorabili i due indicatori di direzione laterali, riprodotti con una piccola piastrina in fotoicisione.


Il piccolo cofano ha le due prese d’aria a cupoletta trasparente con al centro la già citata maniglia di chiusura, molto fine. Al suo interno sono riprodotti i convogliatori d’aria e la struttura in un bel colore alluminio. Il grande parabrezza con cornice cromata, sormontato dal tergicristallo singolo in fotoincisione, caratterizza lo stretto abitacolo.

I finestrini laterali, con una cornice leggermente spessa, hanno i vetrini scorrevoli tipici delle auto da corsa, riprodotti con due sottilissimi foglietti di acetato. L’enorme cofano posteriore, dalle caratteristiche prese d’aria sui larghi fianchi bombati, si solleva completamente e viene mantenuto aperto da una sottilissima astina, rivelando il telaio tubolare e il motore, ben riprodotto con cavi, cablaggi e colorazioni realistiche. Belle le sospensioni posteriori, con molla metallica vera, anche se non funzionanti e i freni a disco sul differenziale.


Nella parte interna del cofano si vedono i convogliatori d’aria per il raffreddamento dei freni. Chiudendo il cofano si notano le griglie per l’evacuazione dell’aria calda in fotoincisione, i fanali identici a quelli della meno blasonata Fiat 850, e i quattro tubi di scarico di un efficace colore brunito.

Esaminando gli interni, si notano i pannelli portiera con la cordicella per l’apertura, i sedili con parte centrale simil-tessuto, il volante e i leveraggi del cambio. Questi ultimi sono leggermente spessi e il volante è un po’ vicino al cruscotto, ma l’aspetto generale è comunque soddisfacente. Dal lato destro si possono vedere gli strumenti supplementari e il freno a mano, anche in questo caso un po’ spesso. Il sottoscocca è abbastanza dettagliato, con il telaio e il motore in vista. Le ruote sono caratterizzate da bellissimi cerchioni con raggi finemente fotoincisi, ma i pneumatici posteriori hanno un diametro eccessivo e la loro sezione è identica a quella degli anteriori: nella vettura reale le ruote posteriori erano nettamente più larghe di quelle anteriori, mantenendo però un diametro di poco superiore.

In conclusione, come già altre volte Mattel, ci fornisce un modello interessante, ben dettagliato e mostra di avere a cuore un continuo miglioramento per accontentare gli appassionati collezionisti.
MATTEL ELITE FERRARI MONDIAL 8 3.2, 1/18
Il nuovo modello Elite riproduce una vettura tra le meno apprezzate dai fans del Cavallino, ma sicuramente affascinante e soprattutto inedita in questa scala. Questo modello è una creazione ad hoc per la serie Elite, non essendo mai comparso nella serie “economica” Hot Wheels.

Già a colpo d’occhio si nota una maggiore cura nella riproduzione: il modello è ben proporzionato, ben verniciato e dotato delle ormai consuete e abbondanti parti in fotoincisione. Si presenta con 5 aperture, cofano del portabagagli incluso, con un notevole effetto scenografico. Il frontale è caratterizzato dall’ampia griglia della calandra e dai grossi fari di profondità, ben riprodotti e senza i fastidiosi perni di fissaggio delle lenti di plastica: la calandra è resa in fotoincisione, quasi un “eccesso di zelo”, dato che risulta fin troppo fine in considerazione che nella vettura reale era in plastica piuttosto spessa.


Ovviamente è fotoinciso anche il cavallino al suo centro. Le aperture per l’aria sullo spoiler avrebbero dovuto avere una maggiore profondità. Il cofano anteriore ha la grigliatura finemente stampata e passante, sotto la quale si intravede il contenuto sottostante: aprendolo si vedono la ruota di scorta, i radiatori, e tutti gli accessori. Peccato che la vaschetta del liquido freni e altre parti siano solo stampate nella plastica nera e non applicate, e che i fari siano fissi: renderli apribili sarebbe stato un “tocco di classe” in più. Il parabrezza ha i tergicristalli in fotoincisione, è di una trasparenza perfetta e non deformante, e ha la fascia superiore antiriflesso. Le fiancate, con le loro grandi prese d’aria per il raffreddamento del motore, sono accuratamente definite da varie parti in nero opaco, tampografate con buona precisione; la parte finale del tetto è in plastica nera riportata, così come i ben proporzionati specchietti e le maniglie delle portiere. Aprendo queste ultime si nota subito la finissima cornice del finestrino, un vero capolavoro, che sostiene il sottilissimo “vetro” in posizione semiaperta. Gli interni, neri con elegante moquette rossa, sono ben riprodotti: anche i sedili simulano bene la pelle. Gli schienali dei sedili anteriori sono fissi, ma sono inclinati correttamente. Sono presenti persino le manigliette di appiglio per i passeggeri, fissate sul padiglione. La strumentazione è molto ben riprodotta, così come la dettagliata console centrale, i pannelli porta e il cruscotto. Solo il volante è di dimensioni un po’ eccessive ed è troppo basso.



Aprendo il cofano motore, anche in questo caso con griglie passanti, si può ammirare una buona riproduzione del propulsore, stampato nei colori giusti, con i suoi cavi e le varie targhette di identificazione. Anche se si notano alcuni piccoli errori nel posizionamento di alcuni particolari, l’effetto d’insieme è notevole. Come già accennato prima, anche il cofano bagagli è apribile, e come tutti gli altri rimane aperto senza bisogno di sostegni. Il vano, stranamente, non è rivestito in moquette.


Manca il logo Ferrari sul bordo del cofano, mentre sulla coda sono presenti la targhetta di identificazione del modello e il cavallino rampante in fotoincisione. I fanalini posteriori sono perfettamente riprodotti in plastica colorata trasparente, con uno spesso bordo nero ad imitazione della guarnizione: sotto il paraurti fanno capolino i tubi di scarico accoppiati, correttamente di piccolo diametro, con accanto i due retronebbia.

Ruote e cerchioni sono intonati alla buona qualità del modello. Le ruote anteriori sono sterzanti, e dalle feritoie dei cerchi a stella si intravedono i freni a disco, con le relative pinze.
Ancora una volta, purtroppo, i pneumatici posteriori sono della stessa sezione di quelli anteriori, risultando un po’ troppo stretti.
Capovolgendo il modello, però, la delusione è in agguato: il fondo è appena abbozzato, mancano completamente gli organi meccanici e le sospensioni, si vede il fissaggio “spartano” dei dischi freno, e addirittura i tubi di scarico sono mozzati e non finiscono da nessuna parte. Persiste anche la brutta abitudine di fissare le due ruote posteriori ad un unico assale metallico passante. Il tutto è di un aspetto povero e decisamente economico, più adatto ad un giocattolo che ad un oggetto da collezione.

Un vero peccato, vista la cura impiegata per le parti “visibili” del modelllo, che nel complesso è bello e che sicuramente non sfigura in vetrina.

Sarebbe auspicabile che in futuro i progettisti Mattel si impegnassero un po’ di più nel particolareggiare anche il pianale dei modelli… sicuramente i collezionisti ne sarebbero lieti.
FIAT 508 Balilla CS Berlinetta Mille Miglia 1935

Fa piacere ogni tanto vedere sul mercato dei modelli con un simile rapporto qualità/prezzo: e Starline ultimamente ci soddisfa pienamente. Questa volta esaminiamo un modello non inedito, perché già comparso nella serie “Mille Miglia” pubblicata da Hachette in edicola, ma comunque molto interessante.


Si tratta della 508 CS Balilla Berlinetta che ha corso la Mille Miglia del 1935 con l’equipaggio Marrazza – Benedetti. La vettura, creata per le lunghe corse di durata, dove la carrozzeria chiusa poteva garantire un minimo di confort ai piloti, non fu mai in grado di eguagliare i successi della versione Spider, poiché penalizzata da un peso di 745 kg dovuto appunto alla carrozzeria chiusa. La sua linea, disegnata probabilmente da Mario Revelli di Beaumont, seguiva i dettami aerodinamici del tempo, con la coda rastremata, il parabrezza e la calandra inclinati. Il risultato era estremamente elegante, un vero piccolo capolavoro.

Il nostro modellino riproduce bene e in maniera proporzionata quella linea, sfoggiando anche un bel colore rosso scuro tipico delle vetture da corsa dell’epoca. Le ruote a raggi sono del giusto diametro e di sezione estremamente ridotta, come nella vettura vera. Le coppe coprimozzo sono giustamente tampografate in rosso ed argento, con la tipica F centrale che però è di forma errata.


La calandra è molto fine, con applicato al centro un faro supplementare, una minuscola decal per lo stemma Fiat e un’altra per la targa ed il logo Balilla. Belli i fari, in tinta carrozzeria con cornice cromata. Tutti i fregi della carrozzeria sono tampografati, con un ottimo registro, e sul cofano e i parafanghi sono riportati i numeri di gara. I tergicristalli, abbastanza fini anche se non fotoincisi, sono applicati. Il finestrino lato guida è semiaperto, per lasciare intravvedere gli interni, ben dettagliati anche se purtroppo poco visibili. Il cruscotto, giustamente nel colore carrozzeria, ha il grosso volante sulla sinistra e la strumentazione, riprodotta con decal, sulla destra. I sedili sono nel corretto color nocciola, così come i pannelli portiera che riportano la manovella dell’alzavetro e la tasca portacarte. Notiamo però che i sedili sono allineati, mentre nella realtà il sedile passeggero era arretrato rispetto a quello del pilota. La coda, con il lunotto sdoppiato contornato da una tampografia nera che imita la guarnizione, ha la targa incassata come nella vettura reale.

Il fondino riporta una traccia degli organi meccanici e del tubo di scarico, il foro di fissaggio alla base della bella confezione e, stranamente, nessuna vite per il fissaggio della scocca. Nel complesso un bel modello, ad un ottimo prezzo, di una vettura particolare che arricchirà la collezione degli appassionati Fiat.

MINICHAMPS Toyota FT-HS, 1 :43
Questa volta passiamo in esame il modello, prodotto da Minichamps in 1/43, di una interessante concept car. Si tratta infatti della Toyota FT-HS, prototipo marciante di vettura sportiva, presentata al salone di Detroit del 2007 e che avrebbe dovuto anticipare le linee della nuova Toyota Supra. Questo coupé, che si trasformava in cabriolet facendo scivolare la capote sulla parte posteriore della vettura, è stata proposta per l’alimentazione ibrida: ad un motore a benzina V6 da 3.5 litri era accoppiato un motore elettrico per ottenere una potenza complessiva di ben 400 cv, mantenendo bassi i consumi di carburante.
Minichamps, come di consueto, ha catturato molto bene la linea spigolosa e moderna della vettura, che, disegnata da Calty, in alcuni particolari ricorda alcune creazioni di Zagato.
La vernice bianca è uniforme e brillante, e i pochi particolari sono applicati. Gli specchietti sono fini e con superficie riflettente, i loghi sono parte riprodotti con tampografia e parte con fotoincisioni. I gruppi ottici posteriori, che fungono anche da spoiler, sono belli e montati con cura. Il logo Toyota è in fotoincisione, e la targa che identifica il modello è applicata. Sotto il pianale sono presenti i quattro tubi di scarico, purtroppo un po’ poco incisi e non molto visibili.
Molto belli i particolari gruppi ottici anteriori dalla colorazione brunita, che però lascia intravvedere i fari in blu. Bellissimi i cerchi cromati, che mostrano i dischi freno con tanto di pinza, giustamente fissa rispetto al disco. Belli anche i pneumatici super-ribassati, dal corretto disegno di battistrada.
Sul cofano anteriore è presente l’elemento trasparente azzurrato, che come sulla vettura originale, lascia intravvedere una parte del motore. Parabrezza e finestrini sono in una plastica brunita che quasi non permette di vedere gli interni, che però ci sono, anche se riprodotti con una certa approssimazione e stampati in plastica nera traslucida. Inspiegabilmente nessun particolare interno è stato verniciato nella tinta giusta, a parte il volante rosso che però è di un colore fin troppo acceso.
Il fondino, completamente carenato, non mostra alcun componente meccanico.
Il modello è presentato nella consueta confezione-vetrina in plastica trasparente, avvitato su una base nera, che ne fa risaltare l’aspetto “monolitico” e le linee tese.
Ancora una volta Minichamps fa centro, consentendo agli appassionati del marchio o ai collezionisti di concept car di mettere in collezione una bella riproduzione di una vettura molto particolare.
RIO – FIAT 1100/103 Carabinieri
Novità Rio per il 2010 è questa Fiat 1100/103 utilizzata come vettura di servizio dai Carabinieri. Il modello, che monta la mascherina con il faro centrale tipica delle 1100 TV dell’epoca, riproduce in dettaglio una vettura conservata dall’Arma, portando il numero 10250 di servizio dell’auto vera.
La linea del modello appare decisamente azzeccata, così pure i dettagli e le decorazioni, anche se avremmo preferito una tonalità del colore di un verse meno “rana” e più “oliva”, tipico delle auto dell’Arma fino alla fine degli anni Sessanta.
Posteriormente, accanto alla corretta luce targa si rilevano il numero di servizio e la bandiera italiana posizionati un po’ troppo in alto e i fanalini posteriori, realizzati in un blocco di plastica rossa con uno spesso bordino alla base, che nasconde lo zoccolo cromato.
Al di sotto il pianale della 1100 appare correttamente riprodotto, con tanto di terminale della marmitta riportato in plastica color alluminio. Le ruote appaiono relativamente sottili, com’era tipico delle automobili di quegli anni, tuttavia le carreggiate risultano un po’lagrhe così che le coppe ruote fuoriescono dalla sagoma del veicolo quando si guarda il modello di fronte o dal retro.
Gli interni risultano ben fatti e il cruscotto, che si intravvede dai finestrini, riproduce esattamente quello della vettura utilizzata dai Carabinieri.
Piuttosto fini i tergicristalli in fotoincisione e l’antenna radio che concorrono a dare una sensazione di buona qualità complessiva all’aspetto generale del modello.
MATTEL – Batmobile 1966, scala 1/43
Batmobile 1966
Recentemente Mattel, nella serie Elite, ha presentato la riproduzione in scala 1/18 della Batmobile più famosa: quella della serie TV del 1966. Ora la stessa è stata riprodotta, sempre per la serie Elite, anche nella scala 1/43, la più amata dai collezionisti.
Ci è venuta quindi la curiosità di confrontare questa nuova creazione Mattel con la sua”antenata” più nota, ovvero la Batmobile prodotta proprio nel 1966 da Corgi Toys.
Forse non tutti sanno che la Batmobile è un’auto reale, funzionante e tuttora esistente. Era stata creata dal noto George Barris modificando un prototipo Lincoln, la Futura del 1955 (che, tra l’altro, fu costruita a Torino dalla Ghia).
Il modellino Mattel è spettacolare. La linea, priva di aperture, è fedelissima e tutti i particolari sono riprodotti con estrema cura, con il consueto uso di parti in fotoincisione. Gli interni sono completi di cinture di sicurezza, anche se stampate sulla seduta, ma verniciate in rosso così come le rifiniture dei sedili, e il bat-telefono ha persino il tipico cavo arrotolato… un po’ enorme, per la verità, ma fa scena. Tubi lanciamissili, leve e levette, le tipiche pinne sul padiglione delle due cupole trasparenti che sovrastano l’abitacolo (con bordo cromato), il lampeggiatore, l’antenna radio di fronte al “parabrezza” (finissima e dorata), la corta antenna sulla coda sono tutte riprodotte con cura.
La fanaleria è di plastica trasparente, e sulla coda (ai lati della “bocca” del finto propulsore a reazione) ci sono i due paracadute di frenata, con tanto di microscopiche decals riportanti in campo giallo la scritta BAT-II-CHUTE. C’è persino la targa “2F-3567 – Gotham 1966” (negli USA perfino i supereroi devono immatricolare le vetture…). La vernice nera della carrozzeria è lucidissima e tutti gli spigoli sono sottolineati da un sottile filo rosso, come sulla vettura vera. Il pipistrello ad ali spiegate appare, in forma di tampografia, le portiere.
I cerchioni, cromati come gli originali, hanno applicato il logo del pipistrello in rosso, e montano pneumatici di larghissima sezione ben riprodotti. Le ruote anteriori sono sterzanti. Il fondino riproduce, anche se un po’ semplificata, la meccanica con il motore anteriore e la trasmissione.
Nel modello Corgi Toys (sotto) la parte anteriore è visibilmente troppo corta
Sul fondino del modello Corgi Toys (a destra) si intravvede la sagoma di Batman a rilievo
A titolo di confronto diremo che il modello Corgi non può vantare la stessa accuratezza, però contrappone all’eccelsa e maniacale cura del particolare della sorella “moderna”, un aspetto decisamente più adatto al fumetto. La linea è riprodotta in maniera approssimativa, con un evidente squilibrio tra la parte anteriore troppo corta e la posteriore, un po’ troppo lunga: sembra essere stata “disegnata a memoria” ispirandosi su un ricordo della vettura originale, senza un effettivo riscontro con foto e disegni costruttivi. Il risultato sono pinne più pronunciate, un muso più corto ed arrotondato, ed una coda esageratamente lunga che però dà un aspetto estremamente dinamico al tutto, un po’ come quando si disegna un’auto in corsa. Tutto il modello, in pesante zamac, privo di parti apribili, è in nero lucido uniforme, interrotto solo dai due piccoli adesivi in carta applicati sulle porte, con un pipistrello rosso in campo nero e dai fanali anteriori in giallo (che non esistevano sulla vettura vera!). I particolari sono riprodotti al posto giusto, dai lanciamissili ai paracadute, ma è tutto abbozzato o stampato in dimensioni molto più grandi rispetto alla scala, anche perché i lanciamissili sono funzionali e da essi partono tre piccoli proiettili di plastica gialla agendo su una rotella che fa scattare delle minuscole molle.
Dettaglio dei tubi lanciamissili sul modello Corgi Toys
Dal muso del Corgi Toys poteva fuoruscire a scatto una specie di “lama”
L’abitacolo è in plastica rossa, in una unica stampata, annegato in un pezzo cromato che sorregge le due semicupole del parabrezza, in plastica trasparente azzurrata. I particolari sono appena accennati (anche se il bat-telefono c’è!) ea i sedili sono occupati nientemeno che da Barman e Robin in persona, riprodotti in plastica morbida e chiaramente dipinti a mano. Quella che nel modello Mattel è una finissima antenna radio a quattro braccia, qui diventa un pulsante che premuto fa scattare una lama taglia catene dal muso.
Nella Batmobile Corgi i cerchioni sono dorati, hanno un pipistrello rosso stampato sopra che copre quasi interamente il cerchio stesso, e calzano gomme esageratamente larghe, ma facendo correre il modello dal reattore balenano “fiamme” in plastica rossa. Il fondino non riporta alcun accenno di meccanica, ma un Batman con le braccia appoggiate ai fianchi e mantello svolazzante.
Laddove il modello Mattel appare preciso e perfetto, il Corgi Toys oppone il fascino dei giocattoli di una volta con i meccanismi che fanno sorridere.
L’ideale sarebbe averle tutte e due in collezione, magari esposte una vicino all’altra. Il rigore e la bellezza della riproduzione uniti alla leggerezza della fantasia. Sicuramente molti si lasceranno tentare…
Batmobile, Polistil, 1/66
Batmobile, Husky, scala 1/70 circa
Batmobile, Aurora Thunder-jet slot car, 1/66
Batmobile, Kit IMAI, 1/32
E a titolo di curiosità ricordiamo che la Batmobile del 1966 fu riprodotta anche dalla Polistil, con un modello che sembrava molto al Corgi Toys (perfino nella figura di Batman sul fondino) ma che era leggermente più grande. La Husky poi ne fece una miniatura in scala 1/66, che aveva la particolarità di un cono di plastica rossa che fuorusciva a intermittenza dall’ugello posteriore mentre il modellino avanzava, a imitazione delle fiamme da Jet dell’auto “vera”. In Giappone fu prodotta anche una Batmobile in latta dalla ASC e sicuramente ve ne sono altre non citate, anche perché l’articolo è sempre di moda e sono parecchi i fabbricanti che acquistano i diritti per la riproduzione.
Non manca nemmeno qualcuno che, adattando in qualche modo i mattoncini, è riuscito a fabbricarla con i pezzi del Lego !
FERRARI F40 Michelotto Le Mans 1995, Mattel, 1/18
Un altro atteso modello è arrivato finalmente sul mercato, grazie a Mattel. Si tratta della celebre Ferrari F40 LM preparata da Michelotto che ha corso a Le Mans nel 1995 con i colori Pilot, piazzandosi 12° assoluta e 6° nella classifica GT. Un modello che colma un vuoto nella scala 1/18 (che finora aveva solo visto modelli ricavati da transkit su base Bburago) ora prodotto in tiratura limitata di 5000 esemplari nella serie Elite.
Passiamo ora a esaminare la verniciatura, che è di ottima qualità, e le varie decorazioni sono fedeli, ben posizionate e sono realizzate parte in tampografia, parte con decals.
La linea risente un po’ della sua discendenza dal modello di grande serie, per la presenza di alcune fessure di giunzione delle varie parti, della consueta separazione tra il cofano ed il montante dello spoiler posteriore, che porta ancora il logo “F40” inciso (non presente sulla LM reale). E’ stata tuttavia opportunamente modificata negli stampi ed arricchita da decine di particolari, molti dei quali in fotoincisione, come ad esempio il tergicristallo finissimo e con un supporto finalmente ben proporzionato, le griglie di aerazione, i tappi del radiatore, i ganci di traino. Non mancano il cavo dello staccabatteria, la corta antenna nel centro del tetto, e le luci laterali di illuminazione dei numeri di gara.
In fotoincisione sono stati realizzati anche la griglia del cofano posteriore, il piccolo spoiler nero sopra di essa e la bella protezione dei tubi di scarico. L’estrattore posto sotto la coda della vettura è in lamierino sottile verniciato di nero, e risulta il pezzo più facile da danneggiare nel poco agevole smontaggio del modello dalla base della confezione!
I cerchi Speedline, ben riprodotti, lasciano intravedere i dischi freno (anche questi in fotoincisione, ma non corretti… gli originali erano in carboceramica) e le pinze marchiate Brembo. Bella anche la riproduzione delle gomme slick da corsa.
Asportando il cofano anteriore si osservano i radiatori, le sospensioni finalmente ben riprodotte con molla autentica (ma non funzionanti), le varie vaschette e accessori, e la corretta colorazione delle varie parti. Mancano però i convogliatori d’aria per il raffreddamento dei freni e ci sono due viti a vista che trattengono il meccanismo dello sterzo.


Il cofano posteriore, sormontato dal grande alettone verniciato in un nero “metallizzato” che simula la fibra di carbonio, si solleva e viene mantenuto in posizione da un’astina. Le feritoie sui lati non sono passanti (e neanche verniciate), ma al suo interno sono riprodotti tutti i condotti dell’aria. Anche il motore, seppur seminascosto dai grandi radiatori dell’intercooler, è ben realizzato. La miriade di radiatori e griglie sono tutti in fotoincisione. Bella la colorazione “titanio” dei tubi di scarico, un po’ troppo uniforme quella delle altre parti meccaniche, che tendono un po’ a confondersi. Anche in questo caso le sospensioni sono ben riprodotte, ma non funzionano.
Aprendo le portiere si nota subito la corretta colorazione della parte interna delle stesse, e la presenza del cavetto per la chiusura. Il sedile è rivestito di un materiale rosso che riproduce benissimo il tessuto ignifugo, e le cinture di sicurezza sono in tessuto con fibbia in fotoincisione. Anche il volante, con la corona un po’ abbondante quanto a spessore, è rivestito in rosso, mentre il cruscotto è in nero con un effetto antiriflesso molto realistico. Il cambio, vicinissimo al volante, ha la griglia del selettore in fotoincisione. Sono ben riprodotti la strumentazione (anche se avremmo preferito il pannello elettrico stampato in rilievo anziché reso con una decal), i cavi colorati della centralina elettronica, l’impianto radio e l’impianto antincendio. Tutto l’abitacolo è stampato con un effetto “fibra di carbonio”. Peccato che in mezzo a tutta questa abbondanza di particolari siano stati dimenticati i tubi del roll-bar…. A parte il tubo di rinforzo accanto al posto guida, quelli alle spalle del pilota sono del tutto assenti. Il fondo del modello, completamente carenato, è riprodotto con la stessa colorazione “similcarbonio” dell’alettone.
Vi è un tappo serbatoio di troppo sul lato sinistro della vettura (in realtà solo uno era sul lato sinistro e due sul lato destro), e riscontriamo l’errata posizione della luce rossa posteriore centrale e la mancanza di tre fori di aerazione sul finestrino posteriore sinistro.
Mattel ci offre un modello di grande effetto, un poco penalizzato dall’accostamento di particolari di grande finezza a qualche dimenticanza che non dovrebbe essere presente su un prodotto di questa fascia di prezzo, che resta tuttavia nel complesso adeguato.
OXFORD - AUSTIN A135 Princess 1:43
Conosciuto semplicemente come Taff, il creatore dei modelli Oxford, è approdato, dopo una lunga maturazione, alla produzione di modelli di grande qualità a prezzo molto abbordabile. Anche la scelta dei modelli riprodotti è assai interessante, anche perché rivolta a vetture inglesi ignorate da altri produttori o, al massimo, riprodotte dagli artigiani.
La sua ultima novità è la Austin A135 Princess a passo lungo, una classica limousine inglese di grande classe che era rivolta ai mylord di famiglie agiate che tuttavia non volevano investire le migliaia di sterline necessarie per una Rolls-Royce. E la grossa Austin, con carrozzeria curata da Vanden Plas, era una vettura di grandi finiture e confort, forse penalizzata un po’ dal 6 cilindri che, con quasi 4 litri di cilindrata, riusciva a malapena a tirar fuori 90 CV. Prodotta in poco più di 3500 esemplari fra il 1953 e il 1959 fu una delle ultime alternative ai marchi più blasonati come Daimler, Bentley e Rolls Royce.
Il modello rende molto bene l’imponente linea della vettura reale e ha una apparenza solida e ben rifinita. Vi sono diversi particolari riportati, come il tappo del carburante e il marchietto Austin sul radiatore, oltre a due specchietti retrovisivi esterni molto belli.
Davanti spicca la calandra a sviluppo verticale con la griglia finemente pressofusa nello stampo. Sotto vi sono i paraurti sui quali sono applicati i fendinebbia.
Dietro, la targa è posta sotto un coperchio in plexiglas, come al vero, mentre i fanalini posteriori sono privi di lenti di colore rosso o quanto meno di un colpo di vernice rossa data col pennello.
L’interno è molto ben realizzato e spicca lo specchietto retrovisivo interno applicato sul divisorio del parabrezza. Curiosamente sono ben visibili le tre file di sedili, ovvero gli strapuntini sono in posizione alzata, un particolare solitamente omesso nelle limousine di altri costruttori che preferiscono riprodurli in posizione ripiegata.
Il telaio è ottimamente riprodotto, anche se un pochino piatto, e la parte finale della marmitta è un particolare riportato in colore alluminio.
In conclusione un modello pregevole con un ottimo rapporto qualità/prezzo.
CORGI VANGUARDS – 1959 Austin A40 Mk.I 1:43
Nota anche come A40 Farina, in quanto disegnata dal noto stilista italiano, fu presentata al Salone di Londra del 1958. Giovanni Battista ‘Pinin’ Farina era stato chiamato dalla British Motor Corporation con l’intento di svecchiare le linee delle vetture inglesi e renderle più appetibili su un sempre più concorrenziale mercato internazionale. La nuova A40 si presentava molto innovativa per i suoi tempi, introducendo un concetto di vettura utilitaria a due volumi che avrebbe trovato diffusione molti anni dopo. La prima A40 era una berlina convenzionale con un cofano per i bagagli separato dall’abitacolo: nel 1959 appariva la versione Countryman con quello che oggi chiameremmo portellone, ma che all’epoca si apriva in due parti: una che inglobava il lunotto e una che fungeva da ribaltina.
Il tutto era mosso dal collaudato motore di 948cc da 34 CV che assicurava prestazioni adeguate allo spirito della vettura.
La Corgi Toys ci suoi tempi fece un ottima riproduzione di questa vettura, la quale in seguito cadde nel dimenticatoio e solo ora nella serie Vanguard, nuovamente la Corgi, ce ne ripropone una deliziosa miniatura che, a differenza della precedente di 50 anni fa, è una Contryman, come conferma la presenza delle cerniere sopra il lunotto.
Esteticamente il modello è pressoché perfetto e, in ciò, molto è dovuto al corretto abbinamento dei colori (verde con tetto nero) come nella vettura reale, e alle belle ruote avorio di giusto diametro, dotate di molleggio come nei modellini degli anni Sessanta: un piacevole ritorno alle origini…
Sulla mascherina campeggia il grosso stemma Austin, ben leggibile, mentre sulla ribaltina posteriore le scrittine sono realizzate in tampografia. Peccato che le maniglie non siano riportate. Al parabrezza sono applicati due piccoli tergicristalli realizzati in fotoincisione.
Sul fondino sono riportati tutti i dettagli principali del telaio e della meccanica, anche se semplicemente modellati sul fondo stesso, senza parti riportate: solo il terminale della marmitta è sufficientemente libero da apparire separato dal resto.
Un modello piacevole che riprende perfettamente la linea all’italiana della vettura reale e che darà piacere agli appassionati, specialmente di auto inglesi.
FRANKLIN MINT 1936 Hudson Eight convertibile 1:24
Con coraggio, ogni tanto, un produttore di modelli ci propone qualcosa di originale, ripescato da quella miriade di marche scomparse di cui è costellata la storia.
Merito dunque alla Franklin Mint di aver riprodotto una stupenda cabriolet della seconda metà degli anni Trenta: la Hudson Eight del 1936, una vettura elegante e filante che correva su un telaio di tutto rispetto con un poderoso motore a otto cilindri in linea.
La Hudson di quell’anno introduceva una nuova sospensione anteriore ed era così innovativa da essere acquistata anche dal famoso tenore Tito Schipa, all’epoca star del Metropolitan di New York.
Il modello è realizzato, al consueto, nella scala 1:24 tipica della produzione Franklin Mint e assomma un gran numero di finiture che vanno dalle sospensioni all’albero motore che gira quando si fanno girare le ruote. Tutte la parti apribili lo sono anche nel modello e il cofano motore presenta la giusta articolazione.
Aprendo il cofano posteriore appare il “rumble seat” o “sedile della suocera”, un tipo di accessorio che stava scomparendo in quegli anni. Tutti i sedili sono rivestiti in pelle e i finestrini alle portiere si possono alzare e abbassare agendo sulle manovelle.
Il pezzo forte è tuttavia la capote in tela, che si può aprire e chiudere come in realtà, anche se i ganci di chiusura tengono poco e lo spessore della capote tende a impedire un perfetto fissaggio. D’altronde un cabriolet è fatto per viaggiare aperto e questo non sfugge alla regola, anzi, tenendolo aperto si apprezzano tutti i dettagli.
La linea della vettura è eccezionalmente ben riprodotta e il pregio maggiore, osservandola, sta nella calandra “waterfall” (a cascata d’acqua, com’era definita all’epoca), un pezzo di autentica bravura vista la delicatezza dell’intreccio di barrette sottili.
La ruota di scorta, esterna, è protetta da un apposito rivestimento, che è apribile e la ruota può essere estratta.
Il telaio non è meno bello della sovrastruttura ed è completo perfino dei cavi dei freni. Sicuramente un pezzo che vale il prezzo richiesto.
SUN STAR Volkswagen 1949 Beetle, 1:12
Confrontando questa immagine con quella del prototipo apparsa nel nostro servizio sulla Fiera del Giocattolo di Norimberga del 2009, si nota subito il lavoro di affinamento che, assottigliando i pneumatici, ha subito cambiato l’impatto visivo del modello. La scomparsa dei deflettori, delle cromature al lunotto e ai tergicristallo ha ulteriormente migliorato l’aspetto complessivo di questo eccezionale modello.
Così infatti appariva alla Fiera il futuro Maggiolino 1949 della Sun Star nella nuova e grande scala 1:12. Un prototipo quasi definitivo nel quale gli esperti della nostra e-magazine rilevavano alcuni evidenti errori: quelli che più balzavano all’occhio erano i deflettori alle portiere (arrivati in realtà nell’ottobre 1952) e l’eccessiva sezione delle gomme, oltre alla forma della lamiera sotto il cofano posteriore che presagiva una marmitta con due tubi di scarico, che sarebbe arrivata solo col motore da 34cv nel 1956.
Alla presenza della progettista iniziò seduta stante un intenso lavoro fra Torino e Hong Kong che ha dato buoni frutti se si tiene conto dell’avanzata fase di industrializzazione in cui si trovava già il modello.
I fanalini posteriori: nell’inserto sono riprodotti quelli – errati – del prototipo
Rispetto al prototipo sono anche stati rifatti i fanalini posteriori e la lamiera sotto al cofano posteriore è stata privata delle lunette di passaggio dei terminali di scarico. Purtroppo lo stampo della marmitta era già stato ultimato e ci si è dovuti accontentare di inserire un terminale di scarico solo al posto di due. Peccato infine che sia cromato anziché nero opaco o argento satinato.
La linea dell’inconfondibile Maggiolino è resa perfettamente e i particolari apribili meritano una breve descrizione. Innanzi tutto le porte e il cofano posteriore si aprono azionando le minuscole maniglie (viene anche fornito un piccolo attrezzo per aiutarsi), quindi il cofano anteriore si apre ed è tenuto aperto come al vero tramite una astina che deve essere sganciata per richiuderlo.
Dentro è tutto perfettamente riprodotto e, all’interno della ruota di scorta, può essere inserito uno speciale porta-attrezzi (con tutti gli attrezzi riprodotti) che la Volkswagen vendeva a parte come accessorio originale.
Le frecce in posizione aperta e (nell’inserto) chiusa
Sul piantone centrale sono riprodotte e funzionanti le caratteristiche “frecce”, ovvero gli indicatori di direzione usati fino al 1959 sui Maggiolini «standard» venduti sul mercato tedesco. Il motore, nella semplicità tipica dei motori VW degli anni ’50, è perfettamente riprodotto in tutti i particolari (ad eccezione della marmitta che – come si è detto prima – quella di tipo successivo), così dicasi per il telaio, con sospensioni funzionanti.
Considerando che nel Maggiolino tutti i cablaggi passavano all’interno della trave centrale del telaio, l’aspetto complessivo è un po’ spoglio e forse la Sun Star avrebbe almeno potuto riprodurre quel tratto di cavo dei freni (allora ancora meccanici) che va dal telaio ai tamburi.
Un capolavoro sono le coppe ruote in metallo che, togliendosi, svelano 5 bulloncini come al vero, i quali, proprio come al vero, sono svitabili con un apposito attrezzo, fornito insieme al crick per sollevare il modello e permettere lo smontaggio delle ruote medesime.
Aprendo le porte si apprezza il cruscotto molto ben fatto: rispetto alle foto ufficiali diffuse dalla stessa Casa Madre è scomparso un antiestetico pezzo cromato che fungeva da distanziale per la colonna dello sterzo e gli strumenti sono stati saggiamente invertiti.
Si apprezza infine la riproduzione della tipica moquette del Maggiolino, mentre si sconsiglia di mettere sul sedile posteriore i due cuscini poggiabraccia cilindrici che Sun Star fornisce a parte come accessorio, in quanto furono usati solo sulle Volkswagen prodotte nel 1951 e per poco tempo nel 1952.
L’ULTIMO MAGGIOLINO
Il 30 luglio 2003 la vettura n° 21.529.464 concludeva, a Puebla in Messico, la lunghissima carriera del mitico Maggiolino Volkswagen con il record mondiale di produzione dello stesso modello. Per festeggiare l’avvenimento venne impostata un ultima serie di 3000 vetture chiamata «Ultima Ediciòn» realizzata in due tinte solamente (Azul Aquario e Beige Luna) e arricchita con una serie di accessori che da tempo non si vedevano più sui Maggiolini messicani: cromature ai paraurti, fari, listelli e alle coppe ruote; pneumatici con fianco bianco, doppi specchietti retrovisivi, radio e condizionatore di serie. Il motore restava il classico boxer 1600 che sviluppava, con la marmitta catalitica, appena 44cv a 4000 giri, ma con una particolare taratura dell’iniezione che gli permetteva di percorrere 15 Km/litro.
Modelli del Maggiolino ce ne sono migliaia, ma solo la Schuco ha messo finalmente in commercio la versione finale della nota vettura nel bellissimo colore azzurro che la contraddistingueva. Annunciato alla Fiera di Norimberga di quest’anno, Il modellino in scala 1:43 ben coglie la linea del Maggiolino, conosciuta in tutto il mondo ma non esattamente facile da riprodurre sempre fedelmente. Il colore è perfetto (d’altronde l’ultimo Maggiolino, di colore azzurro, appunto, è volato direttamente al Museo di Wolfsburg ed è perciò a disposizione dei tecnici Schuco per ben realizzare tinta e particolari); perfetti sono anche tutti i particolari che aveva l’auto vera: paraurti cromati con fascia protettiva in gomma, modanatura e stemma sul cofano e piccolo stemma smaltato poco sopra la maniglia di apertura (anche se questa, sul modellino, appare un po’ troppo grande).
Belle le ruote, verniciate in azzurro come al vero e dotate di ampie fasce bianche e bella la parte posteriore, dove spicca l’unico scarico della marmitta catalitica (gli ultimi Maggiolini Europei ne erano privi e gli scarichi erano due). Eccellente il trattamento delle griglie, che appaiono quasi fossero traforate, mentre il fondo della vettura, con la riproduzione della parte meccanica e del telaio, mantiene un aspetto un po’ piatto.
Complessivamente si tratta di un pezzo di bravura della Schuco che non può mancare in una collezione Volkswagen.
MERCURY MONTEREY 2- Door 1954 di BROOKLIN
La Brooklin è un’azienda artigianale che ha iniziato la sua attività in Canada nel 1974 per poi trasferirsi nel 1979 in Inghilterra. La sua tematica ristretta alle riproduzione di auto americane del passato è stata ampliata creando dei nuovi marchi: “Lansdowne” dedicato alle miniature di auto britanniche classiche, “Rob Eddie” concentrato sui modelli in scala della auto prodotte in passato dalla Volvo e dalla Saab, “US Mint” specialista dei vecchi veicoli commerciali americani. In seguito sono apparsi anche “The Buick Collection” destinato a riprodurre tutte le Buick, varianti comprese, prodotte dal 1934 al 1939; “Rod 43rd” che customizza i modelli prodotti sotto i marchi Brooklin e Lansdowne; “Community Service” che si interessa ai modelli in scala di autoambulanze, veicoli dei pompieri e mezzi per il servizio funebre; “International Police Vehicles” che ha come tema la miniaturizzazione dei veicoli utilizzati dalle Forze dell’ordine inglesi e americane. Da notare che la scala utilizzata è sempre, per qualunque marchio, l’1:43.
Il soggetto della Brooklin che ci accingiamo ad esaminare è la Mercury Monterey 2-dr del 1954 che è stata un’auto di successo venduta in 80.000 esemplari da clienti che apprezzarono il suo nuovo motore a 8 cilindri a V a valvole in testa. Si tratta di una riproduzione in scala 1:43 di alta qualità che utilizza materiali e tecniche ormai quasi esclusive. Infatti la carrozzeria e tutte le numerose parti applicate sono realizzate in fusione. La Brooklin è rimasta una delle poche aziende al mondo a utilizzare come materiale il metallo bianco, più noto con il termine inglese “white metal” che è una lega a base di piombo, stagno e altri metalli. Il modello in scala è piuttosto pesante e sorprende il collezionista avvezzo solo ai modelli in pressofusione. Un’altra particolarità delle auto in miniatura della Brooklin è il fatto che non utilizzano il metallo fotoinciso per le piccole parti e le fasce bianche dei pneumatici sono un inserto che si inserisce perfettamente nell’apposita sede ricavata nel pneumatico. La riproduzione della Mercury Monterey è piuttosto fedele e sfoggia una bella verniciatura azzurro chiaro denominato “lakeland blue”, mentre l’interno è verniciato in grigio chiaro.
Non manca una buona rappresentazione del cruscotto; i fari anteriori sono in metallo cromato, come i paraurti, le maniglie e i fregi. Il pianale è verniciato in nero opaco e presenta una discreta riproduzione del telaio e di alcuni organi meccanici. L’abilità del produttore consiste anche nel catturare fedelmente le linee dell’auto e la cura nei dettagli. Ovviamente il prezzo non è alla portata di tutte le borse, ma è necessario considerare che si tratta di un modello prodotto in serie limitata e con tecniche molto particolari.
LANCIA JOLLY 1959 DI STARLINE

Catalogo originale del Lancia Jolly
Onore a Starline per aver scelto di riprodurre in scala 1:43 un tipico furgoncino italiano degli anni Sessanta: il Lancia Jolly.
Nato nel 1959 per sostituire una precedente serie di camioncini e furgoncini basati sulla stessa scocca dell’Appia e perciò con una capacità di carico modesta, il nuovo furgone aveva una moderna carrozzeria squadrata, dotata di porta laterale scorrevole (una novità poco diffusa, a quell’epoca) e poteva caricare fino a una tonnellata ovvero 6,5 metri cubi di volume di merce.
E questo nonostante la meccanica fosse rimasta strettamente quella dell’Appia (4 cilindri a V, 38 cv a 4600 giri e una velocità massima di 92 Km/h), con motore anteriore e trazione posteriore. Era disponibile in versione a tetto normale oppure rialzato. Il Jolly fu prodotto per appena tre anni in poche migliaia di unità.
Il modellino Starline cattura in maniera eccellente la linea del furgoncino Lancia ed è offerto in 4 allestimenti pubblicitari in livrea bicolore: “Lancia Service”, “Magneti Marelli”, “Bitter Campari” e “Gelati Alemagna”.
La parte frontale è dominata dall’ampia calandra, in cui spicca la tipica tessitura delle mascherine Lancia e il grande stemma anteriore; posteriormente spiccano i due semi-paraurti angolari e la marmitta è ben visibile sotto al pianale. Lateralmente si notano i piccoli specchietti rotondi, tipici dei veicoli di quegli anni, e le coppe ruota perfettamente riprodotte, con la scrittina Lancia ottimamente realizzata e leggibile.
Anche il tetto ha ottenuto le dovute attenzioni, con le nervature di rinforzo (tipiche del vero furgone), e gli interni, per quanto poco visibili, sono dettagliatissimi e riportano addirittura il terzo sedile che, al vero, poteva essere fornito sul Jolly e sistemato sopra il vano motore. Il volante è proprio quello dell’Appia, di cui rispetta perfettamente le proporzioni. Un modello esente da difetti (solo la versione “Lancia Service” presenta la parte superiore della carrozzeria di un colore giallo un po’ troppo carico) che viene venduto con un ottimo rapporto qualità/prezzo rispetto alla concorrenza, con modelli di questo genere.
Il Lancia Jolly e le tre serie dell’Appia:
da sinistra la Iªserie (Mercury), la IIªserie (ICIS) e la IIIª serie (Mercury)
FIAT 600 Multipla – Miniminiera

Nel 1956 la Fiat affiancava alla 600 berlina una versione familiare piuttosto anticonvenzionale. Era la prima monovolume di piccole dimensioni della storia prodotta in grandi quantità e poteva essere acquistata in due versioni: con 2 file di sedili e 4-5 posti più un ampio spazio per i bagagli o con tre file di sedili, le ultime due file ripiegabili e 6 posti in totale. Tuttavia la sua estetica agli italiani non piacque e la vettura ebbe un successo più limitato di quello che forse meritava. Fu però apprezzata dai tassisti per l’economia di esercizio, dai piccoli commercianti e dagli artigiani, che oltre a ciò, trovavano una vettura di grande capienza che permetteva loro di lavorare durante la settimana e andare in giro con la famiglia la domenica.
Dobbiamo all’iniziativa della Miniminiera la realizzazione di questa simpatica vettura in scala 1:18, grazie a un eccellente modello prodotto dalla Tin’s Toys nella serie “Unique Replicas”, che in versione Taxi era stato presentato in anteprima alla Fiera di Norimberga del 2008.
Il modello che esaminiamo è un prototipo di una nuova versione della 600 Multipla usata dalla RAI come veicolo di servizio.
La non facile estetica della 600 Multipla è stata perfettamente catturata dal modello, che riproduce una 600 D del 1960, quando il motore fu portato a 767cc. Decisamente azzeccati sono il muso e la coda del modello e sono impeccabili le riproduzioni del fregio anteriore e delle targhe. In quella anteriore, pur così piccola, è ben distinguibile la riproduzione della stellina con la corona d’alloro, simbolo della repubblica. Molto bello è il marchio “600” nel quale è riprodotta anche la sorta di filigrana che, al vero, era incisa nella plastica rossa.
Le parti apribili sono la porta anteriore lato guida, quella posteriore su lato destro e lo sportello del cofano motore. La porta posteriore presenta anche i vetri scorrevoli in posizione semi-aperta per agevolare il passaggio delle dita. Peccato che i sedili, molto ben fatti, siano fissi. Davanti vi è una ottima riproduzione del cruscotto, con il piccolo strumento ben realizzato e il volante incapsulato, come al vero, in un canotto che riveste il piantone.
Le ruote anteriori sono sterzanti, ma non comandate dal volante, bensì da un piccolo perno che porge dal telaio, caratteristica comune a molti modelli prodotti dalla Tin’s. Il pianale presenta una discreta riproduzione degli organi meccanici. Il vano motore presenta una buona riproduzione del motore, con il caratteristico radiatore sulla destra e la relativa ventola, e non mancano le nervature interne del vano, come quella della parete divisoria dall’abitacolo.
Buone nel complesso le cromature esterne e le finiture, mentre occorre ricordare che le scritte “Rai” che appaiono su questo particolare esemplare di prova, nel modello definitivo sono state modificate e rese più incisive.
Entro breve saranno disponibili nuove versioni, fra cui quella della “Gazzetta dello Sport”, la versione usata dall’Abarth con la pubblicità delle marmitte e una versione “Aral”. Sul nostro sito trovate anche nella rubrica “anticipazioni” le immagini della 600 Multipla “Jolly” Ghia, utilizzata per l’Esposizione di Italia’61 a Torino e come servizio pubblico a Capri.
A corredo della 600 Multipla RAI sono disponibili i figurini degli operatori che intervistano il corridore ciclista Jacques Anquetil, vincitore al Giro d’Italia nel 1960 e nel 1964.
Brumm Fiat Panda 4×4 Paris-Dakar 1:43
Baroncelli Massimiliano
La qualità e la fedeltà di riproduzione della Fiat Panda Brumm è indiscutibile, pari se non migliore alle più costose Ixo, Norev e Minichamps, e con un prezzo decisamente più favorevole.
L’anno scorso la Brumm è uscita con la bella (e attesa) Panda 4×4 e oggi vi presentiamo una variante molto affascinante: la 4×4 che nel 1984 partecipò al 6° dei più famosi raid Africani: il Parigi-Dakar, guidata da Giraudo e Contegiacomo.
Il modello è inserito in una scatoletta – diorama: sulla base troviamo un teschio di bovino e sullo sfondo le dune ed il cielo del deserto africano.
Il nome del diorama è tutto un programma, con la mitica frase detta in pieno deserto da Giraudo a Contegiacomo: “Vorresti dire che ci siamo persi?”
Il modello si distingue per le proporzioni e la linea perfetta, i dettagli sono curati e la posa delle decals è impeccabile.
Di piacevole effetto è la colorazione bianca – grigia sporcata a dovere di sabbia che dona un realismo eccellente alla piccola Panda.
Numerose sono le differenze che contraddistinguono questa versione dalla Panda 4×4 di serie: si va dai fari di profondità montati anteriormente, ai cerchi specifici, alla protezione di alluminio per il fondo vettura. Sul tetto l’antenna radio, la piastra per aiutarsi a districarsi da insabbiature e i due faretti supplementari situati verso la parte posteriore completano la dotazione della vettura.
Posteriormente sono stati aggiunti i ganci ferma-portellone ed è stato correttamente rimosso il tergi vetro. I vetri anteriori sono fissi e dotati di specifica apertura a scorrere realizzata con tampografia.
Il fondo del modello è completo (come sulla normale 4×4) e dotato di trasmissione, ammortizzatori, contenitore carburante e tutte le nervature e rinforzi ben riprodotti.
L’unica critica che ci sentiamo di fare riguarda lo spessore della guarnizione del cristallo anteriore e delle prese d’aria dell’abitacolo alla base del cristallo anch’esse verniciate un po’ pesantemente con la conseguenza di perdere un poco di precisione nella forma.
In conclusione un bel modello, e complimenti alla Brumm per averlo progettato e realizzato in Italia: Brumm è infatti una delle poche ditte di modellismo che coerentemente cercano, con grandi sforzi di non demandare la produzione in Cina.
Riteniamo che i 30 Euro (circa) di acquisto siano perciò più che valorizzati dal modello.
L’ULTIMO MAGGIOLINO
Il 30 luglio 2003 la vettura n° 21.529.464 concludeva, a Puebla in Messico, la lunghissima carriera del mitico Maggiolino Volkswagen con il record mondiale di produzione dello stesso modello. Per festeggiare l’avvenimento venne impostata un ultima serie di 3000 vetture chiamata «Ultima Ediciòn» realizzata in due tinte solamente (Azul Aquario e Beige Luna) e arricchita con una serie di accessori che da tempo non si vedevano più sui Maggiolini messicani: cromature ai paraurti, fari, listelli e alle coppe ruote; pneumatici con fianco bianco, doppi specchietti retrovisivi, radio e condizionatore di serie. Il motore restava il classico boxer 1600 che sviluppava, con la marmitta catalitica, appena 44cv a 4000 giri, ma con una particolare taratura dell’iniezione che gli permetteva di percorrere 15 Km/litro.











































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